Mille e una notte - Wembley Park

 La storia di Wembley, dal 1923 al giorno della sua demolizione.

 Eccomi qui, con i miei 95 anni.
Seduto in metropolitana come facevo da ragazzo.
Con più ricordi che speranze. Con meno dolori che gioie.
Con più rassegnazione che forza d'animo. Guardo la gente passare. Proprio come un tempo.
Mi è sempre piaciuto farlo. Guardo chiunque, etichetto, giudico in silenzio, e ci costruisco sopra una storia. La donna incinta: starà tornando a casa dopo il weekend dalla madre, che le avrà fatto trovare tutti i vestiti stirati e lavati; il ragazzo che chiama l'amico: gli avrà detto di quella festa dove andranno la prossima settimana e incontreranno le rispettive ex, e non hanno nessuna voglia di rivederle; la famiglia felice: per Natale è pronta a festeggiare da una settimana prima (tipico delle famiglie felici), ma mancherà per la prima volta la madre di lui; l'uomo con il doppiopetto grigio: tra un mese verrà licenziato (colpa del doppiopetto grigio?) partirà per il Canada, non tornerà più.
Vivo - ho sempre vissuto - qui, nella stessa casa d'angolo.
Girato gli stessi negozi.
Parlato delle stesse cose.
Mangiato, ogni giorno, alla stessa ora.
Per 95 anni.
Una sola cosa ha sconvolto la mia vita, fatta di solitudine, di tormento, di passioni mai sfociate in amori, di attese, di idee sbagliate, di non voler fare altro se non quello che ho sempre fatto, dicevo, una sola cosa mi ha dato una scossa profonda: le ruspe e buldozer sull'Empire Wembley.

Vivo a Wembley Park da 95 anni: casa mia si affaccia proprio su questa fermata della linea viola, la Metropolitan, quella che i tifosi della nazionale inglese conoscono molto bene.
E non soltanto loro.
Voglio dire: nei miei 95 anni di attività, più di 60 come magazziniere allo stadio, ho visto gli occhi di miliardi di persone, passare da quella metropolitana.
L'Empire Stadium prima della ricostruzione
Occhi a palla, che ruotavano come mosche impazzite, strabuzzanti in fuori, come in piena sindrome ipertiroidea, con le vene della fronte che esplodevano: tutto e solo per incitare la squadra.
Sguardi spenti, malinconici, di quelli che tornavano a casa, dopo una sconfitta.
Occhiate di ghiaccio, prive di senso, dopo l'ennesima, frustrante, delusione.
L'Empire Wembley, ah, casa mia: sì quando qualcuno voleva venirmi a trovare a Londra, parenti o amici, non dicevo mai il nome della mia via, o il numero scritto sul citofono, ma davo indicazioni per raggiungermi nel mio magazzino allo stadio. [..]

[..] L'abbattimento del leggendario Imperial Stadium è stato il colpo più grosso che il mio cuore ha sopportato. Ma è facile capirne il motivo, di tale distruzione: niente moquette negli spogliatoi, nessun armadietto per i giocatori, non una cyclette per il riscaldamento, nè - tantomeno - macchinari chirurgici all'avanguardia. Ma, se ripenso agli anni '50, beh, nessuna di queste mancanze poteva influire sullo spirito, sugli animi dei calciatori inglesi di quel periodo. Per dire: a Jackie Milburn, l'eroe del Newcastle che battè a Wembley il Manchester City, cosa vuoi che glie ne importasse?
Che scena quando lo beccai che si trastullava con la coppa, edizione del '55, fumando una sigaretta, mentre poco più in là i suoi compagni bevevano latte fresco: un genio.
E a chi importava se gli spogliatoi avevano solo 16 appendini? 16 capito, solo 16: unicamente per i giocatori a referto; un lettino per i massaggi al centro, un mini cucinino in un angolo per scaldare il the dell'intervallo e nient'altro.

Il manifesto dei mondiali del '66
Però sapete che c'è, di tutte le storie che mi ricordo di Wembley, quella che più mi fa venire i brividi è legata ad una leggenda. A una superstizione buffa. Che per anni è rimasta uguale, scaramanticamente uguale per tutti. Lo spogliatoio nord, quello posto a sinistra del tunnel che porta dentro il campo, era sinonimo di vittoria. Prima e dopo il mondiale del '66. Ancora di più negli anni '70.
Vincere il sorteggio che due settimane prima della finale assegna a una delle due squadre il ruolo della squadra di casa, significava dunque non solo poter scegliere il colore della maglia, ma pure lo spogliatoio. E valse questa regola sempre. Fino agli anni '80.
Quando le statistiche cambiarono di botto.
E allora tutti, nazionale compresa, puntarono sullo spogliatoio sud, divenuto il portafortuna per eccellenza.
Vai a sapere il perchè della nascita di tali scaramanzie.
Già i mondiali. che me se straordinario quello che portava all'estate del '66.
Il più bello della mia vita.
Conobbi Alf Ramsey, l'allenatore che divenne il dodicesimo uomo in campo.
Eusebio - il suo Portogallo fu sconfitto per 2-1 e davanti al cammino di noi inglesi restava solo la Germania -e più di tutti divennero miei amici Hurst e Martin Peters.
La ricordate quella traversa, che passò alla storia in quella partita che valeva la coppa?

Bene, fui io a smontarla e collocarla in bella mostra sopra il bancone del bar della sala vip.
Un pezzo di leggenda di Wembley aveva la mia firma.
Però, se devo pensare alla partita più bella che ho visto dentro la pancia di Wembley non posso che dire: 1953, sconfitta dell'Inghilterra, la fantastica Ungheria di Puskas espugnò l'Imperial Stadium con un 6-3 che mi se in mostra il WM, che poi fece storia.
Se devo dirvi la partita più emozionante dico: 1963. il Milan di Nereo Rocco contro il Benfica del mio amico Eusebio, nella prima finale di Coppa dei Campioni. Lui certo fece il primo gol, ma nella ripresa, la rabbia di Altafini, decise il risultato: doppietta per lui, coppa ai rossoneri.
Ma anche la Sampdoria di Vialli e Mancini mi aveva fatto sognare,
La finale di Coppa Campioni, loro, la giocarono contro il Barcelona.
Bella anche l'Italia di Capello, e poi - anni dopo - quella di Zola e Di Matteo.
Le ho viste tutte.
Quante storie, quanti ricordi. Quante battaglie.
Ricordo una raccolta di firme, fuori dallo stadio per Kevin Moran.
Haman autore dell'ultimo gol a Wembley
Il centrale difensore del Manchester United, nella finale del 85, contro l'Everton, fu il primo giocatore espulso nella storia della coppa di Inghilterra.
I Red Devils portarono a casa coppa e medaglia, ma a lui non gliela consegnarono.
E allora, mi misi insieme ad altri tifosi a raccogliere le firme per spedire alla Football Association una lettera, per fare in modo che anche Moran venisse omaggiato.
Mi sentivo importante.
Mi sentivo uno di loro. Un eroe.
L'Imperial Stadium mi ha fatto sempre sentire così.
Da quando nacque a quando morì.
A Wembley io c'ero sempre.
Durante la qualificazione per i mondiali di Corea e Giappone vidi pure l'ultimo gol che venne segnato in questo stadio.
La palla finì alle spalle di Seaman, il calcio lo diede il tedesco Dietmar Hamann.
Calò il sipario su 77 di anni di storia, e sulle mie guance le lacrime di un vecchio.

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