Figurine e racconti: Obdulio Varela, El Capitan

Obdulio Varela raccontato attraverso le figurine e la penna di Gigi Garanzini. 


"Los de afuera son de palo Y en campo saremo once para once" Obdulio Varela 



figurina uruguay mondiale 1950



Ha scritto Jorge Valdano che alla vigilia del Maracanazo il console onorario dell'Uruguay si presentò in ritiro, mostrò una copertina con la foto dei brasiliani sormontata dal titolo Campioni del Mondo e fece ai suoi connazionali le condoglianze preventive. Il capitano Obdulio Varela aspettò che sparisse, convocò i compagni nel bagno dell'hotel Paysandù, spalancò il giornale a terra e ci pisciò su.

Ha scritto Osvaldo Soriano che Varela passò la notte dopo il trionfo bevendo birra nei bar di Rio, con un lungo impermeabile a coprire la divisa da gioco che non si era tolto, provando a consolare i tifosi brasiliani disperati.

Ha scritto Eduardo Galeano che con lo steso impermeabile e un cappellino calato sul naso riuscì il giorno dopo a sparire dall'aereoporto di Montevideo risparmiandosi la festa.
E il premio gli bastò appena per comprare una Ford del '31 che gli venne rubata dopo una settimana.

Tre storie così, con il marchio di altrettante penne fuori categoria, bastano e avanzano per un posto nella leggenda.

Ma tra il prima e il dopo c'è quello che il capitano dell'Uruguay combinò in campo quel 16 luglio del '50. Intanto nel sottopassaggio, intimando ai suoi di non alzare mai la testa perchè lassù c'erano 200 mila brasiliani e la sotto, sull'erba, erano undici contro undici.
Poi rallentando continuamente il gioco e passando il pallone al portiere, come se non perdere fosse il massimo dei traguardi possibili mentre invece il pareggio, per via di una formula astrusa, avrebbe consegnato il titolo al Brasile.
Ma soprattutto, quando i brasiliani segnarono finalmente un gol, prendendosi il pallone sottobraccio e cominciando a discutere con guardalinee e arbitro non si è mai saputo di che cosa, visto che il gol era perfettamente regolare.
Quella lunga manfrina servì sia a innervosire gli avversari, che un Maracanà impazzito a quel punto spingeva alla goleada, sia a dar loro l'impressione della resa.
Mentre lui, ripreso il gioco in quel frastuono totale, spiegò a gesti ai compagni che di tempo ce n'era, e per il momento andava difesa la sconfitta.
Poi, un pò alla volta cominciò a suonare la carica.
Quando vide Ghiggia dettargli il passaggio sulla destra lo servì profondo e sul cross arrivò la voleè vincente di Schiaffino.
Tornati a centrocampo, nel gran silenzio che d'improvviso s'era fatto, disse semplicemente che adesso andava finito il lavoro.
Ci pensò ancora Ghiggia, di persona, da lì ad un quarto d'ora.
E a lui, dall'alto del suo magistero, non restò che portare a termine l'impresa, stringendo ancora più le dieci maglie celesti davanti al portiere Màspoli e mandando a vuoto gli ultimi assalti del Brasile.
Alla fine su quel prato da day-after dove tutti vagavano come automi e la premiazione dei vincitori era l'ultimo dei pensieri, incrociò il presidente Rimet con la sua brava coppa tra le mani.
Lo toccò su una spalla, gli mostrò la sua fascia di capitano e indicando il trofeo gli disse una cosa tipo "Credo che quella sia per noi".

Figurina Obdulio Varela


Ogni volta che in uno stadio si leva il coro "un capitano cè solo un capitano" ritmato ai tempi di Guantanamera, il pensiero dovrebbe correre a Obdulio Varela.
El capitàn.

[Gigi Garanzini, Il minuto di silenzio]


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